Eppure era bello. E non è rimasto che questo mucchietto di carta a documentarlo cosi com'era, il tempo inquieto e felice dei nostri anni giovani, dei cosiddetti «anni trenta». Solo quello che, dopo, è stato di molti di noi può rivelare pensieri e atteggiamenti che qui non compaiono: qui, nella divertita farandola dei «numeri unici» e dei giornalini di classe. Che qualche anno dopo il maggior esponente di quelle redazioni diciottenni sfiorasse una condanna a morte, qui non constat. Che un giovane direttore per una frase appena appena allusiva andasse incontro a una sorte ben più severa che i suoi colleghi della Zanzara, qui non pertinet; la frase sfuggirebbe a un lettore che non conoscesse il «poi». Che altri lasciassero la vita per essere compiutamente se stessi in Spagna, o sotto la tortura, è altra cosa. Come è altra cosa che al governo d'Italia, nel primo anno dopo la guerra, stessero in gran parte ex dazeglini. Qui siamo solo ragazzi dai quindici ai diciotto, che tornano a casa colle compagne, e i gruppetti si formano e si dissolvono: l'anno prima, due tipi, quello alto e quello basso, accanto a una ragazza con le trecce; l'anno dopo, di nuovo uno alto e uno basso, ma diversi e riconoscibili: «figure che scompaiono - figure che compaiono», commenta il redattore-disegnatore: il quale, ora, docente universitario, conserva ancora la serie di quei giornaletti accanto ai suoi dottissimi volumi (non neghi, professor Firpo, li ho visti io).
(Clelia Conterno Guglielminetti - Annuario Liceo Massimo D'Azeglio dell'anno scolastico 1967-68)