Più bravi e regolari negli studi: la rivincita del liceo Classico

ANTONELLA DE GREGORIO

La ricerca Almalaure per il Corriere: chi si diploma in questo indirizzo ha voti più alti ed è più motivato. Ivano Dionigi: «Per rilanciarlo va riconosciuta l’importanza del Latino e del Greco. Potenziando la Matematica e le discipline scientifiche»
Ma quali processi e petizioni: per salvare il liceo classico basterebbe guardare i numeri. Quelli del voto di laurea degli ex liceali: qualunque facoltà scelgano, hanno punteggi più alti dei colleghi: 105, di media, contro 103 di chi esce dallo Scientifico e 99,7 di chi ha studiato a un Tecnico. O quelli sulla regolarità degli studi, innanzitutto: in linea con i diplomati scientifici e davanti ai tecnici. La motivazione, poi: il 40,3% dei laureati con formazione classica si iscrive all’università spinto da interessi culturali, contro il 32,3% dei laureati con formazione scientifica e il 27,8% di coloro che hanno un diploma tecnico. Quando si trovano a giudicare il loro percorso universitario, infine, sono più «consapevoli» ed «esigenti».

La scuola che «tiene» di più

Basta, questo, a raccontare il liceo classico come la scuola che «tiene» di più? Ne è convinto Ivano Dionigi – latinista, ex rettore dell’Università di Bologna (dove da poco è tornato a insegnare), presidente di Almalaurea – che ha fatto analizzare dal Consorzio le performance universitarie dei diplomati al classico in tutti i corsi: umanistici e scientifico-tecnologici. L’indagine, che Dionigi ha illustrato in anteprima al Corriere e che ha sondato 270mila laureati nell’anno solare 2015, sfata molti luoghi comuni. Intanto, che il Classico sia la scuola dei «figli di papà»: lo è stato forse fino al 1969, quando era l’unico indirizzo che dava accesso a qualsiasi facoltà universitaria, mentre chi proveniva dallo Scientifico non poteva iscriversi a Giurisprudenza o a Lettere. «Oggi è ancora vero che chi viene dal Classico gode di un contesto socio-culturale più avvantaggiato; ma il dato del 33,8% proveniente dalla classe media impiegatizia, sommato al 13,7% della classe del lavoro esecutivo, smonta l’equazione», dice Dionigi. Oppure che offra prospettive di lavoro circoscritte: i diplomati al classico svolgono lavori in ogni ambito, da Fabiola Gianotti, direttrice del Cern di Ginevra, al regista Gabriele Salvatores. E poi che agli studenti del Classico siano precluse (o risultino più ostiche) le facoltà scientifiche. A Bologna quelli iscritti a Medicina battono i colleghi dello Scientifico per media di voti d’esame, voto di laurea e regolarità di studi. Lo stesso a Roma, alla Sapienza; e al Politecnico di Milano, dove il rettore, Giovanni Azzone, ha elogiato gli ottimi risultati dei diplomati classici.

Vori più alti

In generale, dice Dionigi «i voti di laurea sono più elevati, in tutti i quindici raggruppamenti disciplinari esaminati, tranne ingegneria, dove classici e scientifici comunque pareggiano (102,1). I numeri ci dicono anche che sono più numerosi i classicisti che hanno svolto periodi di studio all’estero (15,7% contro il 12,2% e il 9%)». Mezzi familiari e motivazione culturale in questo caso giocano alla pari.

La traduzione

Ma allora quel gregge sempre più sparuto (dimezzato in meno di dieci anni) che ha scelto il classico – 6 ragazzi su 100, nel 2016 – ha più vantaggi o svantaggi nella laurea (e nel lavoro) rispetto a chi ha fatto percorsi scientifici e tecnici? Domanda che ciclicamente torna e riporta alla querelle passatisti/modernisti, conservatori/riformatori, sull’utilità e la validità del liceo classico e di alcune sue prerogative (traduzione sì o no, per esempio). A partire dall’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, che reputava il Classico un liceo nozionistico, da svecchiare e alleggerire. Ma i sostenitori ne apprezzano metodo e organizzazione: allena capacità di concentrazione e di astrazione, padronanza della lingua. Mentre quel meccanismo di logica e rigore che è la traduzione, costituisce un esercizio mentale e cognitivo unico, sostiene Massimo Cazzulo, grecista e docente al classico Tito Livio di Milano: «Tradurre un testo classico significa mettere in atto, e simultaneamente, un ragionamento complesso che stimola i processi analitici, sintetici, intuitivi, gnoseologici, che induce a impostare un’ipotesi di lavoro e sottoporla, poi, ad una critica serrata, per vedere se funziona realmente. E questo spiega perché gli studenti che escono dal Classico ottengono risultati eccellenti anche in materie molto lontane dalla classicità», afferma.

Rilancio

Come si sia arrivati a mettere all’angolo un liceo che ci è stato invidiato da mezzo mondo richiederebbe un libro. Tra le pagine, comparirebbero processi, appelli e da ultimo anche una «task force» per rilanciare l’indirizzo di studi (taskforceperilclassico.it). Va detto che le critiche al Classico nascono dall’esterno, non dall’interno: chi lo ha scelto, in 74 casi su cento lo rifarebbe. Lo dicono i dati di Almadiploma, la branca di Almalaurea dedicata alla scuola superiore. «Non si tratta solo di difenderlo ma di riflettere, seriamente», dice Ivano Dionigi (che ha anche scritto, di recente, un libro sul valore del Latino oggi: «Il presente non basta»). «La discussione è centrale, per non correre in direzione di licei sempre più mediocri». Per un rilancio, Dionigi invoca innanzitutto un pieno riconoscimento dell’importanza del latino e del greco. E poi, «anziché semplificare e sostituire, come è stato suggerito, potenziare e aggiungere. Dilatando gli orari scolastici, rivedendo i compiti a casa, pagando adeguatamente gli insegnanti», dice. «Con un’adeguata e necessaria iniezione di matematica e discipline scientifiche nel classico, i segni più della nostra indagine si estenderebbero e affermerebbero in tutti gli indicatori». E continueremmo ad avere la miglior scuola d’Europa e d’Oltreoceano.

Corriere della sera – 1 novembre 2016